Tempo di covid19, tempo inatteso, emergenza e partita tutta da giocare. Purtroppo è vita reale, è dramma, è crisi economica, è tutto difficile, per il nostro standard occidentale. Il mondo del rugby ha preso in tempi quasi immediati la decisione più coraggiosa: fermare tutto, a parte la realtà superprofessionistica delle franchigie nazionali. Il che non significa che i giocatori abbiamo mollato. Anzi, si sono moltiplicati gli allenamenti seguiti online, in modo personalizzato. E, soprattutto, non è mancato il migliore concetto che caratterizza il rugby: il sostegno. Per questo il giorno 9 maggio prossimo almeno dieci tesserati della Union Riviera Rugby si recheranno a donare sangue alla FIDAS di Imperia. Premesso: è sempre tempo per donare il sangue. E lo è ancora di più adesso, perché senza dubbio le limitazioni di movimento imposte hanno limitato le donazioni. È tutto comprensibile. In ogni caso la professionalità della FIDAS sa gestire in modo assolutamente sicuro le donazioni. La Union Riviera Rugby è la franchigia provinciale, capace di riunire giocatori dell’intera Liguria occidentale per un impegno nella C1 nazionale. I giocatori sono certo figure che amano la sfida e il coraggio quando la dimensione goliardica. In testa, il presidente e tecnico Luigi Ardoino, grande lavoratore e “terza linea nel lavoro e nella vita”, come ama definirsi. Però sono tutti così…i ragazzoni della porta accanto, pronti a darti una mano in qualsiasi necessità e situazione. Il sostegno dunque…”dare sangue”…un gesto che ha una grande portata simbolica, in un momento in cui le patologie non covid ci sono, non è che siano scomparse. E di sangue c’è sempre bisogno. In questo senso, l’impegno dei corsari, così sono detti i giocatori della Union, si allinea alle tantissime iniziative di solidarietà che più famosi rugbisti stanno intraprendendo nel mondo. E, si badi bene, si parla di professionisti. Pensate a Maxime Mbandà, nazionale italiano, impegnato sulle ambulanze in Emilia. O a un monumento del rugby come il gallese Jamie Roberts, quasi cento presenze in nazionale, in forza agli Stormers di Città del Capo, in Sudafrica. A campionato australe fermo, è tornato precipitosamente in patria. E non per fuga, ma a prendere servizio nel sistema pubblico sanitario britannico. Infatti è un medico, non solo un giocatore di rugby. Il rugby è questo. Da chi gioca davanti a 80.000 persone a chi gioca davanti a 800 persone. Dagli Stormers alla Union Riviera: sempre in prima linea, sempre all’attacco, sempre a cercare un punto debole dell’avversario. E dare sangue è un segnale, forte, importante. Esserci e sostenere.

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